TRADIZIONI · MACOMER E MARGHINE
Sos benes chi toccana: quando i morti tornano a casa
Dalla questua dei bambini alla tavola lasciata apparecchiata per le anime: viaggio nel culto dei defunti in Sardegna. A Macomer l’associazione Sas Coas riporta la tradizione al centro della scena.
31.ottobre 2026
MACOMER – “Carchi cosa a sas ànimas”: qualcosa per le anime. Per generazioni, tra la fine di ottobre e il 2 novembre, i bambini sardi hanno bussato di porta in porta con questa richiesta. Non era Halloween: era un rito di suffragio, nato dalla convinzione che nei giorni dei morti i defunti tornino nelle case in cui hanno vissuto.
Il dono fatto ai piccoli, in pane, dolci e frutta, era in realtà un dono per le anime. E le anime, secondo la tradizione, si nutrivano proprio attraverso i bambini, i loro “messaggeri”.
Macomer riscopre “sos benes chi toccana”
A ricordarlo, nei giorni scorsi, è stata l’associazione culturale Sas Coas, presieduta da Gabriele Nicelli. Il 29 ottobre, al Centro Servizi Culturali di Macomer, con il patrocinio del Comune, si è svolto l’incontro “Sos Benes chi Toccana”, letteralmente “i beni che spettano” alle anime: la variante locale di Su Mortu Mortu, una tradizione che gli organizzatori rivendicano come radicata nel territorio e non importata.
Due le relazioni. La studiosa macomerese Luisella Caria ha parlato de “La custodia della memoria nello spazio dove riposa il tempo”, sul valore storico e umano dei luoghi della memoria. Sergio Flore ha presentato “Carchi cosa a sas Animas” – Il culto dei defunti, riti e questue nella tradizione popolare della Sardegna mediterranea.
Una festa, cento nomi
Il rito è lo stesso in tutta l’isola, il nome cambia da paese a paese. Nel Marghine, nel Goceano e nelle Barbagie si parla di su mortu mortu, is panixeddas e su bene ‘e sas ànimas. Altrove la richiesta suona diversa: a fagher bene a sos mortos! a Usini e Tissi, seus benius po is animeddas nel Campidano e a Seui.
| BOX – I nomi della questua | Dove |
|---|---|
| Su mortu mortu | Nuorese, Marghine |
| Su bene ‘e sas ànimas, Is panixeddas | Marghine, Goceano, Barbagie |
| Is animeddas, Is animas | Campidano e Sud |
| Su prugadoriu | Ogliastra (Seui, Tiana) |
| Su peti coccone | Baronia, Dorgali, Austis |
| Su biddiu longu | Sulcis |
| A pedire a sos moltos | Logudoro |
Ogni nome racconta un pezzo della festa. Su prugadoriu evoca le porte del Purgatorio che si aprono nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Is panixeddas e su peti coccone (da pètere, chiedere) ricordano che un tempo si chiedeva soprattutto pane. A Bitti e Orgosolo la questua si sposta invece all’ultimo dell’anno.
I bambini, messaggeri delle anime
Perché proprio i bambini? Perché erano considerati anime pure, estranee a colpe e rancori tra famiglie, e vicine alla soglia tra la vita e la morte. Un tempo giravano vestiti di stracci o con una veste bianca e un sacco in spalla, a volte con il viso annerito dal carbone: impersonavano le anime stesse.
Non erano i soli. Anche i poveri del paese, come i bambini ai margini della comunità, andavano alla questua coperti per non farsi riconoscere. E mediatori con l’aldilà erano considerati becchini, campanari, chierichetti e sagrestani. A Lula, per la questua a cannelaglios, le madri dei sacrestani preparavano il brodo nel cortile della chiesa.
La tavola apparecchiata per i morti
La notte tra il 1° e il 2 novembre, in molte case, la tavola restava imbandita: pane, legumi, formaggio, dolci, acqua e vino. A mezzanotte i defunti sarebbero tornati per nutrirsi del profumo dei cibi amati. Era sa chena pro sos mortos, la cena delle anime.
Una regola valeva ovunque: niente coltelli e forchette. Per evitare gesti vendicativi, dicevano alcuni; perché “i morti litigano tra loro”, dicevano altri. In casa si accendeva sa lantia, un lumino a olio per ogni defunto, mentre le campane suonavano a morto da Ognissanti fino alla mezzanotte del 2 novembre.
I dolci delle anime
Il sacchetto dei bambini si riempiva di frutti d’autunno: melagrane, mele cotogne, arance, castagne, noci e mandorle. E poi i dolci a base di sapa, il mosto cotto: papassinos e pan’e saba. I papassinos sono tuttora tra i dolci tipici di Macomer e del Marghine proprio per Ognissanti.
Grazia Deledda, ricordando su mortu mortu nella sua Nuoro, descriveva il pane intagliato e scolpito e i dolci di frutta secca impastati con la sapa. Dietro c’è un simbolo antico: nella cultura contadina i morti riposano nella terra insieme ai semi della nuova semina, e mangiarne i frutti significa partecipare al ciclo della vita.
Prima del ricordo, il lamento
Il culto dei defunti non si esauriva a novembre. Alla morte di qualcuno le donne guidavano la veglia, sa ria nel Nuorese, sa bisita nel Campidano. Le attitadoras intonavano s’attitu, il lamento funebre improvvisato in versi. La Chiesa lo condannò nel 1553, minacciando la scomunica, ma sopravvisse fino ai primi anni Duemila. Un attitu registrato nel 1967 a Scano di Montiferro, a pochi chilometri da Macomer, è conservato nell’archivio sonoro Folktrax.
Tremila anni di culto dei morti alle porte di Macomer
Il rapporto con gli antenati, a Macomer, ha radici profondissime. A quattro chilometri dal centro, nell’area di Tamuli(XVI–XIII secolo a.C.), tre tombe dei giganti affiancate sono vegliate da sei betili conici, sas perdas marmuradas: tre con rilievi a forma di seno, femminili, tre lisci, maschili. Già nel 1837 il viaggiatore Valery li descriveva come un monumento funerario, e La Marmora li fece disegnare per il suo Atlas.
A nord del paese la necropoli di Filigosa, quattro domus de janas sorvegliate dal nuraghe Ruiu, ha dato il nome a un’intera cultura della preistoria sarda.
Una memoria da custodire
Oggi i bambini chiedono caramelle e cioccolato, spesso con il “dolcetto o scherzetto” importato dagli Stati Uniti. Ma la radice è la stessa: un dono in suffragio delle anime. Incontri come quello di Sas Coas servono a ricordarlo, prima che le ultime voci capaci di raccontare quei riti si spengano.
